Intervista a Eddi Calimares, il gitano del blues (a cura di Vittorio Mussi)

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Se bazzicate le campagne emiliane, vi potrebbe capitare di sentire un chitarrista blues insolito e insolitamente bravo. È un personaggio che si nota: lunga barba bianca, magro come un chiodo, capelli raccolti in una coda, occhiali da sole anche di notte. Appare ogni tanto ai concerti per beneficenza, alle feste di paese per famiglie, nelle balere estive. A volte qualcuno lo presenta come “Eddi”, si manifesta con una chitarra a tracolla, rimbocca la barba dietro il body, suona due o tre pezzi dondolandosi curvo su uno scranno, poi scompare tra qualche placido applauso.

Tra i (pochi) appassionati di blues locali è una vera leggenda. «È stato in tour con John Lee Hooker», afferma qualcuno. «Ha condiviso le donne con Hendrix», azzarda qualcun altro. «È un mezzo zingaro, vive in una roulotte», mi dice uno del suo seguito; perché, sì, Eddi il chitarrista, Eddi lo zingaro, Eddi l’incrocio tra un Billy Gibbons e un Iggy Pop invecchiato, Eddi che suona alla sagra della barbabietola, ha un seguito, ed è un seguito di intenditori. Anche se credo poco a quello che dicono di lui.

Ma non c’è dubbio che sia un personaggio curioso, e forse non è una figura così provinciale come potrebbe sembrare. Finita la sua breve performance, lo vedo al bancone del bar mentre passa la fiamma di un accendino sul collo di una bottiglia di Maker’s Mark facendo colare la cera in un bicchiere. Dopodiché lo vedo versare il bourbon nello stesso bicchiere, dargli fuoco e buttare giù tutto quanto in un fiato. Così mi metto in testa che devo assolutamente intervistarlo.

È una persona molto alla mano. Gli dico che se quello che i suoi “fan” dicono su di lui è vero, vorrei scriverci un articolo. Mi dice di venirlo a trovare: «Facciamo domani», mi fa con una voce tanto cavernosa che Howling Wolf al confronto sembra Judy Garland.

L’indomani cerco di raccattare qualche informazione in rete per l’intervista, ma “Eddi” è un nome troppo generico e Google non vomita i risultati sperati. Ufficialmente, non esiste.

Dopo due svolte sbagliate, carreggiate dissestate e strettissime, incontri con trattori e altri guidatori sperduti, alla prima macchia di verde imbocco una strada in mezzo a un boschetto e finalmente la vedo: è davvero una roulotte, grande, squadrata, mezza arrugginita, con un portico in lamiera e un vecchio cane meticcio a farle da guardia.

Eddi è un settantenne vivace, mi accoglie come se mi conoscesse da una vita, con un sorriso a trentadue denti – di cui almeno cinque d’oro. Mi offre una birra che ha fatto lui. Sotto una tettoia, grandi contenitori di plastica bianchi. Mi spiega che è lì che la fa fermentare con lieviti “selvaggi” – detto tra noi, è la cosa più acida che abbia mai bevuto. «È la natura fa tutto il lavoro, e io me ne prendo i frutti», dice seduto su un’amaca tesa all’ombra di due alberi, chitarra in grembo. «Non devo neanche pensare alle erbacce», mi spiega, «Un mio amico tiene delle capre, così gli chiedo di farle pascolare qui attorno. Non devo fare fatiche».

Ma non voglio scrivere un articolo sui suoi gusti in fatto di alcolici o sul giardinaggio, dunque inizio a fargli domande.

Allora: Eddi è il tuo vero nome?

«Mi chiamo Francesco», spiega, «ma mi faccio chiamare Eddi da una vita, in onore di Eddie Kirkland, grande musicista, grandissima persona». Ci tiene a specificare che il suo nome d’arte è Eddi senza “e”, all’italiana insomma. Il padre era un musicista itinerante originario di Montevideo, la madre un’insegnante di Brescello; si sono conosciuti in Italia, ma sono emigrati appena finita la guerra, diretti verso gli Stati Uniti. «Mi piace pensare di essere nato sulla strada per l’America», mi dice Eddi con il suo accento anglo-emiliano.

È vero che hai suonato con John Lee Hooker?

«Può darsi. Per la verità non ricordo. L’ho incontrato, l’ho visto suonare molte volte, ci ho anche litigato»

Ci hai litigato?

«Sì, gli avevo preso la chitarra e lui mi ha tirato addosso una bottiglia. Avevo un certo temper [temperamento] allora, ma anche lui non scherzava»

E hai conosciuto anche Kirkland?

«Questo sì. Credo fosse il ’61, con i miei ci muovevamo spesso, e in quel periodo abitavamo al Village [New York]. Avevano aperto un nuovo locale e tutte le sere ci suonava John Lee Hooker. Eddie Kirkland faceva da seconda chitarra. Mi sono detto “voglio essere come loro”, e sono andato via di casa for good [per sempre]»

E poi?

«Niente, ho viaggiato. Ho seguito Hooker e i suoi fino in California, non facevo parte del complesso, ma io li seguivo lo stesso e andavo a scocciarli ogni volta che potevo. Volevo suonare come loro, più di tutto. Avevo solo i miei quindici anni e la chitarra di papà, una messicana senza una corda. Io imparavo da Eddie, e Eddie a sua volta stava imparando da Hooker, anche se non voleva ammetterlo. Erano tutti molto orgogliosi».

Anche tu?

«Lo sono diventato. A un certo punto ho deciso che ero abbastanza bravo. Ho rubato una chitarra, non quella di Hooker, un’acustica di qualcuno dei suoi, e ho continuato da solo. Mi piaceva l’idea di andare da una città all’altra portando con me solo la mia musica, è una cosa che mi aveva già trasmesso papà, ma lui mi aveva insegnato la [chitarra] classica, mentre Eddie e gli altri suonavano qualcosa di più groovy, e alla gente piaceva»

Hai avuto delle difficoltà?

«Non proprio. Se eri bianco ti facevano suonare un po’ ovunque e quasi qualunque cosa. Non mangiavo tutti i giorni, per lo più dormivo per strada, ma riuscivo a cavarmela. Ho lavorato in una fattoria in New Mexico e in una fabbrica di candele in Arkansas, ma solo per poche settimane. Sono orgoglioso di poter dire di essere sopravvissuto solo con la mia chitarra»

Cosa suonavi?

«Blues, gospel, traditional, quello che sentivo. Quando ho avuto un po’ di soldi sono andato a Londra, perché lo facevano tutti»

Tutti chi?

«Tutti, anche Hooker. Dicevano che il blues andava bene lì, e avevano ragione, anche se i ragazzi di là non facevano il blues che intendevo io»

Chi hai incontrato a Londra?

«Cosa vuoi dire?»

Intendo tra i ragazzi che non facevano il tuo blues.

«Ah, vediamo… la prima volta che ho provato un acido ero a una festa con Arthur Brown. Alla stessa festa ho conosciuto anche Jimi Hendrix, ma non ci siamo detti molto. C’era anche uno dei Rolling Stones»

Aspetta, tu sei stato a una festa con i Rolling Stones? Così come se niente fosse?

«Avevo conosciuto un manager che mi aveva sentito suonare e voleva introdurmi nell’ambiente. Got high, got drunk and fucked, [mi sono sballato, ho bevuto e ho fottuto] e poi me ne sono andato per la mia strada. Capisci? I fucked ma not got fucked [Ho fottuto ma non sono stato fottuto]. In Inghilterra il blues si vendeva bene, mi capitavano offerte tutti i giorni. A Birmingham, credo, John Lodge mi ha chiesto di suonare con il suo gruppo, che allora erano i Rebels o qualcosa del genere. Non è stato il primo, ho sempre preferito suonare da solo»

Come mai?

«Suonavo con piacere con chi me lo chiedeva, ma preferivo l’idea di viaggiare e suonare da solo. Avere un complesso è come avere una moglie che ti aspetta a casa per cena. Stesso vale per i contratti: mai voluti, mai firmati. Invece tutti quei ragazzi inglesi non vedevano altro, e anche i vecchi bluesmen, Williamson, Diddley, King, alla fine pensavano solo a questo» [sfrega le dita per rappresentare il denaro]

Tu frequentavi la scena, comunque.

«Non suonavamo sullo stesso palco, loro avevano managers, rodies… avevano, sai, a guy [una persona] per ogni cosa. Chi gli portava gli strumenti e chi gli leccava il culo»

A questo punto Eddi s’infiamma e il discorso degenera in un’invettiva contro i bluesman che, secondo lui, si sono venduti: «Come fai a lamentarti della vita quando guadagni milioni in una sola data?» Sbotta. «Suoni un’ora e poi “here’s the check” [ecco l’assegno], eppure dici di avere il blues down to the shoes [il blues (la tristezza) giù fino alle scarpe]. Non puoi fare il blues con i soldi, è mentire, è rubare ai poveri, perché il blues ce l’ha solo chi non ha niente d’altro»

E se fossi stato tu a fare i soldi con il blues?

«Io suonavo per strada, guadagnavo qualcosa suonando nei pub, anche, ma niente di che; era abbastanza per come vivevo io. Spaventavo i produttori, anche, li prendevo a calci ogni volta che ne sentivo la puzza. Non c’era pericolo di far soldi» [ride]

Però mi hanno detto che avevi delle groupie come Hendrix.

«Di ragazze ne giravano, belle ragazze, giovani, ed erano lì per chi suonava, non solo per lui. Anche se il tuo nome non era sui tabelloni fuori dai locali, basta che suonavi in un complesso o avevi una chitarra e ti strappavo i pantaloni. Non ho niente contro Jimi, era un bravo ragazzo, ma il suo stile era troppo noisy [rumoroso] per i miei gusti. Io me ne sono fatte almeno quante se n’è fatte lui. Me ne sono fatte talmente tante che sono sopravvissuto a tutte le malattie che puoi dire. È stato un bel periodo»

Quando sei andato in Italia?

«Volevo portare il mio blues in Italia. La prima volta che ci sono stato era il ’70, credo. Era un ottimo periodo, la musica era ovunque, c’era la gente che ti ascoltava. Parlavo poco l’italiano, me l’aveva insegnato mamma, ma continuavo a confondermi con lo spagnolo che parlava papà, e poi mi saltava fuori l’inglese… insomma a mess [facevo un disastro], ma ho capito che non contava. Se avevo qualcosa da dire, lo dicevo con la musica, e la gente capiva. Credo che questa sia la cosa importante»

Cos’è cambiato da allora?

«Una volta la gente era più… ad esempio, io sono stato anche al Re Nudo, e lì c’era gente più cosciente di quello che stava ascoltando. Era consapevole di far parte di qualcosa in cui c’entravano tutti. C’erano i complessi e c’era il pubblico, e tutti ascoltavano tutto basta che fosse roba buona. Non c’erano cliques [cricche]»

E gli hippie? I capelloni, i figli dei fiori, gli anni settanta sono diventati famosi per quelli no?

«Io parlo di musica. Hai idea di quello che potevi sentire su un palco? Allora? Qualunque cosa, nessuno puntava il dito per dire “quello è rock, quello è pop, hip hop, trip hop, be bop”. Se qualcuno ti raccomandava un disco, tu non stavi a chiedergli “cosa fanno?”, lo compravi perché ti dicevano che era bello»

Cioè il genere non contava.

«Non solo, anche la fama non contava, almeno in certi ambienti. Purtroppo la gente ha la memoria corta, ma io ho conosciuto i migliori musicisti al mondo, come “Boogie” Woody Trenton, Brown Chad, James Pinoid, Frank Terra»

Quando gli confesso di non aver mai sentito nessuno di questi nomi, biascica che è stanco – probabilmente i lieviti selvaggi cominciano a fermentare. Si stende sull’amaca e pizzica le corde di un’acustica.  Gli chiedo se posso fare qualche foto per l’articolo, ma alla vista dell’obbiettivo della mia reflex si gira dall’altra parte e pigramente sputa un «Fuck that thing» che non credo abbia bisogno di traduzioni. Provo a cambiare discorso.

Mi hai detto che suonavi traditional [brani della tradizione popolare]. Hai mai scritto qualcosa di tuo?

«Qualcosa. Non sono mai stato bravo con i testi, ma mamma mi aveva insegnato delle poesie in italiano, così io le dicevo in inglese e ci buttavo un po’ di blues»

Hai mai inciso qualcosa?

«Non ne ho mai sentito il bisogno, ma sono entrato in sala di incisione una volta. Ero a Roma, mi avevano detto che servivano delle parti di chitarra per un disco e che pagavano. Credo che il complesso si chiamasse Trip, ma io ho parlato solo con un tecnico. Mi ha fatto sentire una track di batteria, mi ha detto quando entrare. Ho suonato dieci minuti, forse. Mi ha dato diecimila lire e me ne sono andato. Non ho suonato bene quella volta, c’era qualcosa di diverso, non mi piaceva»

Racconta di aver vissuto di musica da strada per tutto il sud-est degli Stati Uniti, poi in Europa ha fatto il busker in Inghilterra, Spagna, Portogallo, Francia e Germania dell’Ovest, ma «Quando sono ritornato in Italia nell’84», racconta, «mi sono unito a una comune di Bologna per un po’, poi mi sono messo a fare il manovale e aiutavo nelle fattorie quando capitava. Sono passati molti anni. Non avrei mai creduto di arrivare ad avere i capelli bianchi, se ci penso, ancora non ci credo. Ora ho smesso di viaggiare, ma non ho mai smesso di suonare»

I tuoi amici ti danno ancora dello zingaro, ma cosa ti ha spinto a smettere di andare in giro per il mondo?

«Qui ho ritrovato una famiglia che avevo dimenticato di avere. Ogni tanto si preoccupano e mi vengono a trovare, e mi fa sempre piacere, ma io sto bene. Con i soldi da parte ho comprato questo terreno e il bosco, ma per il Comune sono ancora un hobo [vagabondo]» Mi fa vedere un documento: nella sezione residenza c’è scritto senza fissa dimora.

Un’ultima cosa. Mi hai raccontato una storia abbastanza incredibile per alcuni aspetti. Hai qualche foto o qualche prova di quello che mi hai detto fino adesso?

«Quello che vedi qui è tutto quello che ho e tutto quello che posso offrirti. Poi ho i ricordi e tutta la musica che mi porto da sempre. Puoi non credere a me, ma quella non mente mai»

Intervista di Vittorio Mussi

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