Come ci si sente ad essere parte di una delle band cult della scena thrash metal?

È fantastico! Si tratta di un’esperienza meravigliosa, ad un livello che non avevo mai raggiunto prima!

Ho sentito Dave Mustaine dire che la tua abilità sullo strumento ha un effetto quasi intimidatorio su di lui

C’è una gran sintonia fra noi, non so se si senta davvero così nei miei confronti. La professionalità qui è ad un livello altissimo, ed ho imparato tantissimo da Dave: è un leader fenomenale, ha una visione unica della musica ed imparare i riff che hanno fatto la storia direttamente dalla fonte è meraviglioso.

Come avete lavorato dal punto di vista compositivo?

Ho iniziato a lavorare con i Megadeth in studio, probabilmente sarebbero cambiate molte cose se il mio debutto l’avessi fatto direttamente sul palco. Eravamo in uno studio a Nashville, in aperta campagna americana, ed ho imparato i nuovi brani prima di studiare approfonditamente il vecchio catalogo. Iniziare così mi ha permesso di capire meglio le evoluzioni che la band ha vissuto nel corso degli anni, e l’ho trovato molto utile nel momento in cui ho dovuto interpretare il loro vecchio repertorio.

Quale è stato l’aspetto più complicato da gestire mentre stavi preparando i brani che hanno fatto la storia dei Megadeth?

Al di fuori dell’aspetto tecnico-chitarristico, la cosa più difficile è eseguire quei brani dal vivo come se li stessi suonando da sempre. Offrire un livello di credibilità e di professionalità sul palco pari a quello di Dave e gli altri è stato sicuramente difficile.

Dal punto di vista chitarristico, Dave mi lascia carta bianca sui soli, ma è molto puntiglioso riguardo alle ritmiche e abbiamo lavorato molto su quest’aspetto: quanto e come usare il palm mute, suonare un la usando la corda vuota o come power chord al quinto tasto… sembrano dettagli minori, ma fanno una gran differenza sul risultato finale.

So che sei mancino ma hai imparato a suonare da destrimane, trovi che l’uso della tua mano dominante sul manico abbia influenzato il tuo stile?

Non saprei, ho imparato a suonare così adattandomi a ciò che avevo davanti. Nelle orchestre di musica classica non si pongono questi problemi, siamo noi rockettari ad essere pigri in questo senso ed arriviamo a “girare” lo strumento se siamo mancini.

All’inizio avevo difficoltà con la mano destra, ed usavo molto i legati, ma poi mi sono messo a studiare i vari Paul Gilbert, Al Di Meola e Steve Morse per raggiungere un buon livello anche con la mano destra.

Nel tuo stile spesso si sentono inluenze provenienti dalla tua terra d’origine (Brasile), è un processo spontaneo quello che ti porta a fondere musica tradizionale e metal o è frutto di un percorso più lucido e razionale?

In Italia, se uno è un metallaro difficilmente ascolta Laura Pausini o Toto Cutugno, ed in Brasile è lo stesso. Io invece apprezzo anche molta musica brasiliana e spesso ho cercato di usare alcune scale e progressioni tipiche come un punto di partenza per dei miei brani, altre volte il tutto è molto più spontaneo e naturale.

E veniamo alla tua Ibanez Signature: cosa cerchi in una chitarra e quali indicazioni hai dato per la realizzazione dello strumento?

C’è un legame affettivo da parte mia verso il marchio. Quando ero adolescente tutti i miei chitarristi preferiti usavano Ibanez, e la mia prima chitarra professionale è stata proprio una Ibanez, quindi è un qualcosa che va oltre il semplice apprezzamento per il marchio.

Quando mi è stato proposto di realizzare la mia signature ero al settimo cielo, per sarebbe andata bene qualsiasi cosa, ma nel corso degli anni volevo qualcosa che si allontanasse leggermente dalle RG 550 che già usavo. Ho richiesto un manico che è una via di mezzo fra quello usato da Satriani ed il classico Wizard neck, dei Di Marzio che rendono davvero versatile lo strumento. Puoi suonare metal con la mia chitarra, ma non è una tipica metal-guitar, si adatta perfettamente anche alla fusion e ad altri contesti sonori.

Che ampli stai usando coi Megadeth?

Principalmente Marshall e Fractal Axe Fx, ed oggi ho qui con me l’italianissimo DV Mark Multiamp che testeremo a fondo durante il tour.

Anche le clinic sono parte del tuo lavoro: ti concentri su qualcosa di particolare durante questi incontri?

Dipende dalla situazione, e spesso sono le domande ad indirizzare l’andamento della clinic. Vedo che negli ultimi anni le domande sono concentrate sull’aspetto compositivo, probabilmente perché ormai informazioni tecniche si trovano ovunque, ma è molto più difficile trovare suggerimenti utili per sviluppare la propria creatività. Ovviamente non esiste una risposta unica ed inequivocabile, ma è un ottimo argomento di discussione.

Un’altra domanda che mi fanno spesso è: “cosa faccio della mia carriera?”, e sai, ormai non basta più essere un ottimo musicista, perché ti basta andare su internet per trovare un video di un fenomenale bambino cinese di 5 anni che tecnicamente è più bravo di te.

L’industria della musica è cambiata, oggi ognuno deve prendersi cura della propria carriera, non ha più senso aspettare che sia una casa discografica a scoprirti e ad occuparsene al posto tuo.

Lorenzo Gandolfi

Image Credits: Elena Arzani ©

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